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Analisi a Silvia - di Giacomo Leopardi, parafrasi e commento

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~ Oscar ~
view post Posted on 5/10/2008, 14:55 Quote




A Silvia

Silvia rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi
cosi menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d'in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perchè non rendi poi
quel che prometti allor? perchè di tanto inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inardisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core

Parafrasi

Silvia, ricordi ancora quando eri in vita
Quando la tua bellezza splendeva, nei tuoi occhi ridenti e schivi,
e tu lieta e pensierosa ti apprestavi al passaggio dall’adolescenza alla maturità.

Suonavano le stanze tranquille e le strade al tuo continuo canto,
quando tu eri intenta ai lavori femminili, sedevi contenta per il tuo avvenire ancora da definire.

Era Maggio e tu eri abituata a lavorare.

Talvolta lasciavo gli studi piacevoli e quelli faticosi su cui trascorrevo la mia adolescenza e veniva spesa la migliore parte di me.

Dalle stanze e dai balconi della casa paterna io ascoltavo la tua voce. E ti immaginavo lavorare con fatica alla tela.

Guardavo il cielo sereno, le vie illuminate, e la campagna intorno,
Da questa parte il mare e dall’altra parte le colline.
Non ci sono parole giuste per esprimere i sentimenti che provavo nel mio cuore.

Che bei pensieri,
che speranze, che cuori, o Silvia mia!
Come ci sembrava allora la vita umana e il destino!
Quando mi ricordo di tanta speranza

Un sentimento molto forte mi opprime e torno a dolermi della mia sfortuna.
O natura, o natura, perché non mantieni le tue promesse? Perché ci inganni?

Prima che giungesse l’inverno, venivi uccisa da un dolore forte e morivi o tenerella, e non vedevi la tua adolescenza.

Non ti struggeva il cuore, le lodi dei ragazzi per i tuoi capelli neri ora dei tuoi sguardi innamorati e schivi.

E con te le tue amiche non parleranno d’amore durante i giorni di festa.

Anche la mia speranza morì poco tempo dopo: anche a me il destino ha negato la giovinezza. Ahi come sei passata cara compagna della mia infanzia, mia compianta speranza!

Questo è quel mondo? Sono questi i divertimenti, l’amore, le opere, gli eventi di cui abbiamo tanto discusso insieme?

E’ questa la sorte degli esseri umani? All’apparire della verità tu moristi: e con la mano indicavi da lontano la fredda morte ed una tomba spoglia.

Commento

Questi versi sono dedicati a Silvia, fanciulla in cui si può riconoscere Teresa Fattorini, vicina di casa dei Leopardi, morta giovanissima di tubercolosi.
Questo poema, che si potrebbe scambiare per una dichiarazione d’amore, è in realtà un’amara riflessione sulla vita e sulla giovinezza.
Il poeta spiega come all’illusione e alla speranza degli anni giovanili si sostituiscano, nell’età adulta, il disincanto e l’amarezza per le sofferenze che la vita impone.
Per meglio definire il distacco tra l’adolescenza e l’età adulta, Leopardi divide il poema in due parti: nella prima descrive la spensieratezza della gioventù (Silvia canta, ricama, è "lieta"); nella seconda alla descrizione si sostituisce la riflessione sulla morte di Silvia, e, più in generale, sulla distruzione della speranza e sulla disillusione dell’uomo adulto.



Analisi ben dettagliata di "A Silvia"

Dopo gli idilli, c’è il periodo delle operette morali, che è un momento dedicato solo alla filosofia, con un distacco dalla poesia che verrà ripresa nella fase coincidente con i CANTI PISANO-RECANATESI (1828-1830). Questi canti sono stati scritti tra Pisa e Recanati, dove il poeta tornerà per l’ultima volta. Leopardi si era recato a Pisa in cerca di un clima confacente alla sua malattia; qui scrive “il risorgimento” e “a Silvia”, mentre a Recanati nascono “le ricordanze”, il canto notturno di un pastore errante nell’Asia”, “la quiete dopo la tempesta”, “il sabato del villaggio” e “il passero solitario”. La critica aveva definito queste opere GRANDI IDILLI, per distinguerli da quelli scritti precedentemente alla operette morali, i PICCOLI IDILLI; ora questa denominazione non viene più accettata, perché valorizza solo gli aspetti descrittivi ed emozionali, mentre non considera la novità di questi nuovi idilli, e cioè la filosofia: in queste ultime opere c’è infatti un punto d’incontro tra il sentimento emozionale e la filosofia.
A SILVIA: ha la forma metrica di un canzone leopardiana (Leopardi introduce una nuova forma poetica, la canzone libera). Questo canto è dedicato a una donna, Silvia (uno pseudonimo), che viene individuata in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, che muore giovanissima di tisi il 30 settembre del 1818. Il nome di Silvia non è casuale, era la ninfa amata di Aminto nell’opera del Tasso. In alcuni brani dello Zibaldone, Leopardi cita Teresa, appuntando alcuni avvenimenti della sua vita. Qui c’è la rievocazione appassionata delle SPERANZE GIOVANILI e la sicurezza dell’INFELICITA’ del genere umano. C’è inoltre un PARALLELISMO tra Silvia e Leopardi: come le speranze di Silvia per il futuro sono cadute a causa della morte prematura, così le speranze del poeta sono diventate delusioni; questo parallelismo si può notare nelle strofe centrali del componimento, già a partire dalla seconda strofa. L’esperienza dell’io del poeta supera l’esperienza esistenziale tipica degli idilli giovanili, in cui parla in prima persona. Qui l’IO si sposta e comincia a comparire il NOI, che corrisponde all’io del poeta insieme all’io del genere umano. In questa poesia, l’esperienza esistenziale di Leopardi si unisce con quella di Teresa. Andando a Pisa il poeta voleva inaugurare un nuovo momento della sua vita, lontano dalla prigione di Recanati, dove dopo Pisa tornerà per l’ultima volta.
 
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view post Posted on 10/1/2013, 14:36 Quote
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